Photon mapping
Un metodo di illuminazione globale in due passate: si lanciano fotoni dalle luci, si memorizza dove atterrano e poi si rilegge quella mappa durante il rendering dell'immagine.
Henrik Wann Jensen ha introdotto la tecnica nel 1996. La prima passata traccia i fotoni dalle sorgenti luminose attraverso la scena e ne salva gli impatti in una mappa dei fotoni, di solito un kd-tree. La seconda passata renderizza in modo normale, ma stima l'illuminazione indiretta raccogliendo i fotoni vicini attorno a ogni punto. Il metodo è distorto (biased), ma converge in modo stabile.
Il suo punto di forza è proprio ciò con cui il puro ray tracing e il path tracing faticano: le caustiche (il disegno guizzante sul fondo di una piscina), il color bleeding e la luce nella foschia e nel fumo. A differenza della radiosity, che tratta solo superfici diffuse, la mappa dei fotoni gestisce anche materiali speculari e trasparenti. Si usa soprattutto offline, ma le sue idee sopravvivono nelle approssimazioni di GI in tempo reale.