Flanger
Il suono di un jet che attraversa una chitarra: un filtro a pettine i cui denti salgono e scendono.
Il nome è un lascito dell'era del nastro. Due macchine riproducevano in sincrono la stessa registrazione e il tecnico rallentava una delle due premendo un dito contro il bordo della bobina, il «flange». Lo sfasamento di pochi millisecondi produceva un filtro a pettine e, man mano che il dito si allentava, le tacche scorrevano lungo lo spettro. «Itchycoo Park» degli Small Faces (1967) ne è l'esempio da manuale.
In digitale è banale: un delay di circa 1–10 ms, la cui durata è modulata da un LFO, miscelato con il segnale originale. La retroazione accentua le tacche e rende il suono più metallico. La differenza rispetto al chorus è soprattutto numerica: il chorus usa ritardi più lunghi e nessuna retroazione, quindi suona come più musicisti anziché come un aereo. Il flanging «through-zero», in cui la copia supera davvero l'originale, è stato a lungo l'unica cosa che il nastro sapeva fare e i plugin no.